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Dalle AI Factories alla carenza di manodopera: la nuova infrastruttura globale di NVIDIA

Redazione Universoinformatico24.it Da Redazione Universoinformatico24.it
9 Gennaio 2026
in Curiosità
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Dalle AI Factories alla carenza di manodopera: la nuova infrastruttura globale di NVIDIA
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(Adnkronos) – L'assetto geopolitico e tecnologico del 2026 è segnato da una "fame di calcolo" senza precedenti, che sta spingendo i principali attori del mercato verso una ridefinizione delle proprie strategie distributive. In questo scenario, NVIDIA ha confermato il ritorno operativo nel mercato cinese attraverso la distribuzione dei chip H200. Sebbene l'azienda abbia già annunciato la nuova e più performante architettura Vera Rubin, l'implementazione massiccia delle infrastrutture H200 rimane un passaggio obbligato per i player asiatici. La necessità di non perdere terreno competitivo rispetto a una concorrenza locale sempre più agguerrita, con Huawei in prima linea, rende queste tecnologie un asset critico nonostante non rappresentino più l'ultima frontiera della potenza computazionale globale. Il concetto tradizionale di conservazione dei dati sta subendo una trasformazione irreversibile. I vecchi Data Center, intesi storicamente come magazzini digitali per l'archiviazione di file e log, sono ormai considerati obsoleti. Al loro posto emergono le AI Factories: veri e propri impianti di produzione industriale dove i dati e l'energia elettrica sono le materie prime trasformate in un prodotto finito ad alto valore aggiunto, ovvero l'intelligenza (token). In questa nuova configurazione, l'Information Technology aziendale cessa di essere un centro di costo passivo legato alla conservazione. Diventa invece il motore produttivo primario, capace di generare autonomamente nuovo software e soluzioni predittive. Il passaggio dal data center alla fabbrica di intelligenza segna il confine tra le aziende che gestiscono informazioni e quelle che producono valore cognitivo su scala industriale.   
Una delle prospettive più dirompenti offerte da Jensen Huang, durante le giornate del CES 2026, riguarda il ribaltamento del paradigma occupazionale. La narrazione dell'intelligenza artificiale come elemento di distruzione occupazionale sta cedendo il passo a un'analisi basata su dati demografici strutturali. Secondo le ultime proiezioni Eurostat e ISTAT, l'Europa si trova di fronte a una contrazione della popolazione in età lavorativa senza precedenti: entro il 2040, l'Unione Europea perderà circa 18 milioni di lavoratori. In Italia, lo scenario è ancora più critico, con una riduzione prevista della forza lavoro di 1,4 milioni di unità già entro il 2030. In questo contesto, l'IA emerge non come un sostituto, ma come un "moltiplicatore di braccia" necessario per evitare il collasso dei servizi e della produzione. La carenza di manodopera è già una realtà misurabile. Attualmente, il 75% delle aziende in Europa e Nord America riferisce difficoltà nel reperire profili qualificati. La visione di Jensen Huang, che definisce l'IA come "immigrato digitale", trova riscontro nei dati sulla produttività: 
Carenza di competenze: secondo il World Economic Forum, entro il 2030 rimarranno scoperti oltre 85 milioni di posti di lavoro a livello globale a causa della mancanza di personale qualificato, con una potenziale perdita di entrate annuali di 8,5 trilioni di dollari. 
Invecchiamento: In Italia, il rapporto tra popolazione in età lavorativa (15-64 anni) e over 65 passerà dall'attuale 3:1 a circa 1:1 entro il 2050. Senza un aumento massiccio della produttività pro capite, il PIL nazionale è destinato a una contrazione strutturale. Per compensare la riduzione dei lavoratori, l'efficienza dei rimasti deve crescere a ritmi esponenziali. Un'analisi di Goldman Sachs stima che l'IA generativa possa aumentare il PIL globale del 7% (quasi 7.000 miliardi di dollari) in dieci anni, grazie a un incremento della crescita della produttività del lavoro di 1,5 punti percentuali all'anno. L'intelligenza artificiale e la robotica non vengono più descritte come una minaccia ai lavoratori, ma come i "nuovi immigrati digitali", necessari per sostenere la crescita di un sistema economico che non dispone più di sufficiente forza lavoro umana. Huang sottolinea come l'AI non sia un sostituto dell'uomo, ma un moltiplicatore di produttività indispensabile per colmare il vuoto demografico. "Non stiamo andando verso la disoccupazione di massa, ma verso una carenza strutturale di manodopera", una visione contro-intuitiva che trasforma la tecnologia da potenziale rischio sociale a pilastro della stabilità economica. L'integrazione tecnologica sta portando alla creazione di un'economia definita "Full Stack". In questo modello, hardware, software e networking non sono più componenti distinti, ma un'unica entità indivisibile e simbiotica. Le aziende sono oggi chiamate a una "conversione" rapida: la domanda non è più se integrare l'intelligenza artificiale nei propri processi, ma con quale velocità farlo per non essere marginalizzate. La capacità di trasformare l'elettricità in intelligenza attraverso le nuove architetture diventerà, entro la fine del decennio, il principale indicatore della salute e della competitività di una nazione o di un'impresa. 
—tecnologiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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