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(Adnkronos) – I recenti fenomeni meteorologici che hanno colpito Sardegna, Calabria e Sicilia hanno evidenziato, ancora una volta, la vulnerabilità strutturale del Mezzogiorno di fronte alla crisi climatica. Non si tratta solo di emergenza meteorologica, ma di una fragilità territoriale intrinseca, aggravata da decenni di consumo di suolo e da una pianificazione spesso frammentaria. I dati tecnici delineano un quadro allarmante per la stabilità dei litorali. Secondo il Dossier “Erosione costiera in Sicilia 2024” curato da Legambiente, la Sicilia detiene il primato nazionale per percentuale di coste esposte a rischi geomorfologici. Le statistiche derivanti dal Piano per l’Assetto Idrogeologico Siciliano (2021) confermano la gravità della situazione: il 43,6% del territorio costiero è classificato a rischio elevato, mentre il 32,9% ricade nella categoria a rischio molto elevato. Come sottolineato dagli esperti, si tratta di numeri destinati a crescere a causa della maggiore frequenza di fenomeni ciclonici estremi. La gestione del dissesto idrogeologico richiede un cambio di paradigma tecnologico e progettuale. L'approccio tradizionale, basato su interventi localizzati, si è dimostrato spesso controproducente, limitandosi a trasferire l'energia erosiva ai tratti costieri limitrofi.
Filippo Cappotto, Vice Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, evidenzia la necessità di una visione sistemica: “L’impatto degli eventi estremi, come il ciclone Harry, si abbatte su territori impreparati a sostenere la loro forza distruttiva. Ancora una volta paghiamo il prezzo di un consumo di suolo eccessivo in aree costiere e di una visione complessiva troppo limitata”. La soluzione risiede in una programmazione che integri modelli di monitoraggio avanzati e opere di consolidamento su larga scala. Secondo Cappotto, è fondamentale “pianificare lo sviluppo futuro delle nostre coste, prevedere azioni di protezione e consolidamento su larga scala, limitando gli interventi puntuali che se pur mitigando una criticità specifica spesso trasferiscono il problema al tratto costiero limitrofo, e tenere conto di mutati scenari di pericolosità”. L'intensificarsi della frequenza degli eventi estremi impone ai decisori politici e tecnici di considerare le variazioni climatiche non come un'eccezione, ma come una "forzante" costante nelle fasi di programmazione. “Eventi estremi sempre più frequenti si abbattono su territori impreparati a reggerne l’impatto, la forzante metereologica connessa alle variazioni climatiche è una questione che interessa il territorio nella misura in cui si parla soprattutto di fragilità”, afferma il Vice Presidente del CNG, ribadendo che la sicurezza pubblica passa necessariamente attraverso una nuova consapevolezza geologica del territorio.
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